Oltre il PIL per la Misura del Benessere Globale

‘GDP is an abstraction that has little personal meaning for individuals’ - Richard Easterlin, professor of economics , University of Southern California

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by Daniele Dionisio

Membro, European Parliament Working Group on Innovation, Access to Medicines and Poverty-Related Diseases

Responsabile del Progetto Policies for Equitable Access to Health – PEAH

Oltre il PIL per la Misura del Benessere Globale

 

Il successo del PIL (Prodotto Interno Lordo, GDP in lingua inglese), quale abusato indice di misura del benessere nazionale, non accenna a diminuire. Una fissazione che persiste sebbene evidenze e fonti autorevoli ne denuncino l’insufficienza come indicatore di progresso. Il Nobel economista Joseph Stiglitz ha affermato che il PIL non è una buona misura di performance economica né di benessere. E secondo un altro economista, Jennifer Blanke, ‘…it merely provides a measure of the final goods and services produced in an economy over a given period, without any attention to what is produced, how it’s produced or who is producing it.’ Blanke pone una domanda chiave trascurata dal PIL: è la crescita equa, rispettosa dell’ambiente, e migliorativa delle nostre vite?

In effetti, qual è la giusta direzione per un’economia moderna e inclusiva? Senza dubbio che essa dovrebbe impegnarsi a soddisfare le necessità di base di ognuno, principalmente in termini di salute e serenità di vita. E che dovrebbe anche evitare di immagazzinare ogni potenziale fonte di danno di lungo termine, estrema diseguaglianza e collasso ambientale inclusi.

Nel contempo, l’economista Richard Easterlin, ha definito il PIL ‘an abstraction that has little personal meaning for individuals’. E Joseph Stiglitz incalza ‘Ciò che misuriamo informa ciò che facciamo. E se misuriamo la cosa sbagliata, noi faremo la cosa sbagliata’.

In tal senso, secondo Jennifer Blanke, il PIL è solo una misura parziale di breve termine, mentre il mondo ha bisogno di strumenti di fiducia e di più larghe vedute per informare il modo in cui costruire le economie del futuro.

Al riguardo, dati presentati al World Economic Forum (WEF) del gennaio 2017 mostrano che sebbene il PIL di buona parte delle economie avanzate indichi una crescita annuale di circa il 2% nel 2016, in realtà il reddito medio pro-capite in 26 nazioni ricche è caduto del 2,4%. Il dato non stupisce se è vero che oggi masse di poveri vivono in aree dove maggiore benessere coesiste con sacche di maggiore diseguaglianza per l’incapacità dei governi a trasferire la crescita economica entro un ampio ed equo progresso sociale.

Per l’occasione il WEF ha lanciato l’Inclusive Development Index – IDI, un indicatore più completo e inclusivo del PIL, per la misurazione del benessere globale.  L’IDI associa ai consueti indicatori economici, criteri più ampi tra i quali la disparità nei redditi e nelle ricchezze, la mobilità sociale, la qualità della vita e dell’ambiente, la sicurezza.  In base all’IDI la Norvegia si conferma ancora la più virtuosa fra i Paesi avanzati: con una crescita economica solo dello 0,5% tra 2008 e 2013, lo standard di vita è in realtà cresciuto del 10,6%.  Lussemburgo, Svizzera, Islanda e Danimarca seguono a ruota (Figura).

most inclusive advanced economies

Gli Stati Uniti, invece, si collocano al 23mo posto, peggio di Estonia, Repubblica Ceca e Corea del Sud.

L’Italia, ventunesima su trenta economie avanzate per PIL pro-capite, scende al ventisettesimo posto (su 29) nella classifica IDI. Secondo il rapporto WEF l’Italia paga il ritardo sulla crescita, sul lavoro e sui giovani mentre il sistema di protezione sociale non affronta questi problemi con la dovuta efficienza.

L’IDI è solo l’ultimo, in ordine cronologico, di una serie di indicatori inclusivi proposti per il superamento del PIL in termini sociali, economici e ambientali. Tra essi, l’ Human Development Index (HDI), lanciato dalle Nazioni Unite e focalizzato, fra l’altro, al monitoraggio di qualità e attese di vita, educazione e redditualità pro-capite; il Social Progress Index con enfasi sul benessere sociale e ambientale; e il World Happiness Index inclusivo di ‘measures of generosity, freedom and corruption’.

Nel frattempo, la New Economics Foundation (NEF) proponeva 5 indicatori in un report dell’ ottobre 2015: buona occupazione lavorativa, benessere, ambiente, equità, e salute. Giusto ad esempio il report sottolineava, fra l’altro, come a fronte di un 94% di cittadini inglesi ufficialmente al lavoro nel 2014, solo il 61% godeva di posti sicuri e remunerativamente soddisfacenti.  E, con riguardo alla salute, proponeva la misura delle ‘morti evitabili’ quale indice della qualità degli interventi e dei livelli di prevenzione.

Senza dimenticare, una volta ‘rodato’ e implementato, il potenziale impatto nella realtà italiana del BES, l’indice di Benessere Equo e Sostenibile sviluppato da ISTAT e CNEL per valutare il progresso di una società non solo dal punto di vista economico ma pure sociale e ambientale, e corredato da misure di disuguaglianza e sostenibilità.  I 12 indicatori del BES includono, fra gli altri, la salute, l’istruzione e la formazione, il lavoro e il benessere economico, il benessere soggettivo, l’ambiente, la qualità dei servizi.

Il 28 luglio 2016 il BES è entrato nel Bilancio dello Stato al fine di rendere misurabile la qualità della vita e valutare l’effetto delle politiche pubbliche su alcune dimensioni sociali fondamentali.

 

PER APPROFONDIRE

This might be the best alternative yet to GDP as a way to measure a country’s growth https://qz.com/885723/this-might-be-the-best-alternative-yet-to-gdp-as-a-way-to-measure-a-countrys-growth/

Beyond GDP – is it time to rethink the way we measure growth?https://www.weforum.org/agenda/2016/04/beyond-gdp-is-it-time-to-rethink-the-way-we-measure-growth/

Five measures of growth that are better than GDP  https://www.weforum.org/agenda/2016/04/five-measures-of-growth-that-are-better-than-gdp/

The Inclusive Growth and Development Report 2017 WEF http://www3.weforum.org/docs/WEF_Forum_IncGrwth_2017.pdf

Inclusive Development Index: Measuring What Matters  http://impactalpha.com/inclusive-development-index-measuring-what-matters/

Human Development Index  http://hdr.undp.org/en/content/human-development-index-hdi

Social Progress Index http://www.socialprogressimperative.org/global-index/

World Happiness Index http://worldhappiness.report/

Rapporto Bes 2016: il benessere equo e sostenibile in Italia https://www.istat.it/it/archivio/194029

 

 

 

Breaking News: Link 223

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90,000 children are expected to die in Nigeria over the next 12 months, Unicef warns 

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What is Davos? 5 things to know about the World Economic Forum 

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Davos 2017: Oxfam attacks failing global tax avoidance battle 

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JUST EIGHT MEN HAVE THE SAME WEALTH AS WORLD’S POOREST HALF: OXFAM 

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Advancing the right to health: the vital role of law 

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Global food prices fall for fifth year in a row, but economic uncertainties remain for 2017 – UN 

Protectionism and the fight against climate change 

Barack Obama transfers $500m to Green Climate Fund in attempt to protect Paris deal 

Brexit can be Hazardous to our Health

...health researchers and professionals are (or should be) asking how Brexit will, and could, affect public health.  Among the questions, informed by a political economy perspective on health and its social determinants, five stand out.
One needs to remind oneself that the last word in Albert Camus’ famous essay about suicide is ‘hope’.  But it is hard to sustain in these times.

TSchrecker

By Ted Schrecker *

Professor of Global Health Policy, Durham University, UK

Brexit can be Hazardous to our Health

 

Some public policies should carry health warning labels like cigarettes or uncooked meat.  Certainly that is true for a reckless and ill-thought-out policy like the UK government’s current approach to leaving the European Union, after a close advisory referendum in which at least one of the campaigns would quickly have run afoul of trading standards law if had involved a consumer product.  As controversy rages on about exit paths – ‘strategies’ would be too kind a word – health researchers and professionals are (or should be) asking how Brexit will, and could, affect public health.  Among the questions, informed by a political economy perspective on health and its social determinants, five stand out.

  1. Whose living standards will be hit first, and worst, as sterling dives towards parity with the US dollar, or even lower? Make no mistake, it is headed that way.  What will be the direct and indirect effects on housing costs, on transport costs, on the cost of a healthy diet?
  2. What kind of job losses are likely to be associated with the shift of corporate operations to locations where they are ensured of continued access to the single European market? It is certainly plausible that the most severe losses will be concentrated among the so-called ‘unskilled’, whose mobility and options are limited by lack of formal credentials.  If you doubt that the locational shift will be substantial, ask yourself:  how much of your pension pot would you want to invest in a country with no access to any markets other than the 64 million within its borders beyond that ensured by time-consuming WTO disciplines that its government has no experience of negotiating?

I thought so.  Prime Minister May herself conceded the point during the referendum campaign.

  1. Beyond these impacts on social determinants of health are those on the NHS – where those of us without deep pockets or private insurance go when things go wrong. The most recent figures and projections from the International Monetary Fund show projected UK government spending as a percentage of GDP trending downward towards US levels – or, in historical terms, to the levels characteristic of the pre-war period, before the establishment of the NHS and the Beveridge approach to social policy.

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A public sector budget of that constrained size is simply incompatible with a comprehensive health service that is free at the point of use.  The insurance industry, as shown by a tube advertisement from 2011, understood this point years ago.  Crucially, these expenditure projects do not take into account the need (at least, so we will solemnly be told) for further austerity measures as government revenues drop with slower growth in anticipation of Brexit.

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  1. In a similar vein, how will economic policy respond to the challenges of Brexit? Chancellor Hammond has recently warned (or threatened) that the post-Brexit UK might need to become a tax haven to an even greater degree than is already the case in pursuit of corporate investment, abandoning ‘a recognisably European-style economy’ in favour of ‘something different’ – travelling still further down the neoliberal road that my colleague Clare Bambra and I described in 2015.  (Some of us think that was the objective of ruling class Brexiteers all along.) What is this likely to mean for public sector revenues, and for whatever solidaristic social policies have survived the post-2010 upward redistribution of income, wealth and opportunity?
  2. Finally, what will post-Brexit trade negotiations mean for the future of the NHS? A detailed legal analysis by the UK Faculty of Public Health pointed out the possible dangers of investor protections proposed as part of the Transatlantic Trade and Investment Partnership: ‘the worst case scenario for the NHS would then be that commercialisation becomes “locked in”, sealed by the threat of huge compensation claims by investors’.  TTIP is now almost certainly dead, but the UK would face post-Brexit trade negotiations with both the EU and the United States from a far weaker position that it occupied as part of the EU negotiating bloc.  It is hard to imagine that UK negotiators informed by the health system wisdom of Jeremy Hunt would resist opening up investor access to health services, in particular when dealing with a United States in which the health care industry accounts for one-sixth of the entire economy, with associated domestic political clout.  Indeed, the profit potential of a privatised NHS might be one of the most important offers available to those negotiators.

One needs to remind oneself that the last word in Albert Camus’ famous essay about suicide is ‘hope’.  But it is hard to sustain in these times.

———————

*article originally published in OurNHS openDemocracy

https://www.opendemocracy.net/ournhs/ted-schrecker/5-reasons-brexit-is-very-bad-for-our-health

 

Breaking News: Link 221

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WHO: public health round-up 

WHO EXECUTIVE BOARD EB140/1 140th session Geneva, 23 January–1 February 2017 

Election sees WHO’s future role in question 

Partners Launch Equitable Access Initiative Report 

Tobacco control can save billions of dollars and millions of lives 

Working Together Around The World To Kick The Big Tobacco Habit 

Greenpeace: Neonicotinoids pose risks to multiple species 

Citizens’ initiative aimed at banning glyphosate gets the go-ahead 

2016: One of the worst years ever for the Venezuelan Health sector

4 major trends digital health needs to embrace in 2017 and beyond 

UN Establishes Technology Bank For Least-Developed Countries, Including An IP Bank 

Book Review: Interactions Of Climate Change And The Global IP System 

Study on the potential of green bond finance for resource-efficient investments 

Clean Energy for All Europeans – unlocking Europe’s growth potential 

How Africa is facing the energy self-sufficiency challenge 

IRIN shortlisted for funding to #innovateAFRICA 

Strengthening veterinary services to benefit the poor 

One More Reason to Love Meryl Streep: Her Active Philanthropy 

A Powerhouse Alliance: When the World’s Two Largest Foundations Join Forces 

Humanitarian priorities for the EU in 2017 

Lessons from China in ending poverty 

The equity of China’s emergency medical services from 2010–2014

Critical research findings for managing dengue 

Emergence of Rare Species of Nontuberculous Mycobacteria as Potential Pathogens in Saudi Arabian Clinical Setting 

DNDi achievements: 7 new treatments delivered, recommended, and implemented 

Expensive Medicines Increase The Pressure  

What Is the Purpose of the Orphan Drug Act? 

Integrated biological–behavioural surveillance in pandemic-threat warning systems 

The Women Driving International Development 

Gender Equality Offers Hope To Survivors Of Violence 

SHAPING THE WORLD – A pivotal moment in research and innovation for global health 16 February 2017 Brussels

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Climate change in 2016: the good, the bad, and the ugly 

Trends and projections in Europe 2016 – Tracking progress towards Europe’s climate and energy targets 

Environmental Giving in 2016: Trends and Hot Topics 

A year in review: Global development in 2016

2016: a Year in Review through PEAH Contributors’ Stands  

Working as one UN to address the root environmental causes of ill health 

Wins And Losses In Global Health In 2016 

Improving health-care quality in resource-poor settings 

Education, Health, And Behavioral Health: New Policy Priorities For Their Integration Emerge For 2017 

Secretary-General António Guterres cites multilateralism, teamwork as critical to achieving UN goals 

What It Really Takes to Fund Peace and Security 

Human Rights Reader 403 

7 Humanitarian Hot Spots to Watch in 2017 

‘Every migrant is a human being with human rights,’ says UN chief on International Day 

Events preview: 2017 in development cooperation  

The 3P Project: A new approach to developing better treatments for TB 

TB Alliance: Innovations 

Addressing tuberculosis in differentiated care provision for people living with HIV 

MPP’s next steps in tuberculosis: Stewardship Report  

Controlling childhood malaria in high burden African countries 

HIV prevention trials network launches HPTN 083: first study to test efficacy and safety of injectable cabotegravir for PrEP 

UNAIDS Board underlines the need for a fully funded response to HIV to allow more countries to get on the Fast-Track to ending AIDS by 2030 

Trypa-No! Partnership will accelerate elimination of sleeping sickness in Africa 

Final trial results confirm Ebola vaccine provides high protection against disease 

Now Hiring: Research Programme Manager, AntiMicrobial Resistance Benchmark 

Non-infectious diseases such as cancer rising sharply in Africa 

The WTO’s role in fisheries subsidies and its implications for Africa 

Why Food Security Matters 

Proteggere i Diritti Terrieri delle Comunità Indigene per Salvare il Pianeta 

Germany’s Model For Drug Price Regulation Could Work In The US 

Controversial ‘pharma bro’ Shkreli says ‘of course’ he’d raise drug price again 

KEI opposition to U.S. Army grant of exclusive license to Sanofi on patents for Zika virus vaccine 

Golfing, ‘girls night out’ where pharma employees allegedly fixed prices 

Proteggere i Diritti Terrieri delle Comunità Indigene per Salvare il Pianeta

‘Riconoscere i diritti terrieri delle comunità locali e indigene significa rispettare i diritti umani di circa due miliardi e mezzo di persone, e inoltre ridurre i conflitti, combattere il cambiamento climatico e proteggere ed espandere gli importanti,fragili ecosistemi di Madre Terra’

Victoria Tauli-Corpuz,UN Special Rapporteur on the Rights of Indigenous Peoples

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by Daniele Dionisio

Membro, European Parliament Working Group on Innovation, Access to Medicines and Poverty-Related Diseases

Responsabile del Progetto Policies for Equitable Access to Health – PEAH 

Proteggere i Diritti Terrieri delle Comunità Indigene per Salvare il Pianeta

 

Nel marzo 2016 Oxfam, International Land Coalition e Rights and Resources Initiative lanciarono il report  ‘Common Ground: Securing Land Rights and Safeguarding the Earth’ quale richiamo all’azione per la tutela dei diritti terrieri delle comunità locali e indigene. Esigenza quanto mai impellente in un mondo in cui, a dispetto dell’uso proprietario e abituale di oltre il 50% delle terre emerse del pianeta, due miliardi e mezzo di uomini e donne hanno diritti riconosciuti su solo un quinto di esse. I cinque miliardi di ettari rimanenti restano vulnerabili all’accaparramento/sequestro da parte di governi e potenti corporazioni.

Questa enorme disparità è tra le concause della violazione e privazione dei diritti civili e umani, della povertà, e dei focolai di conflitto nelle aree geografiche coinvolte.

Queste realtà stridono di fronte all’ evidenza del ruolo del riconoscimento dei diritti terrieri delle comunità nel preservare le diversità culturali e contrastare la povertà e la fame, l’instabilità politica e i mutamenti climatici, in linea con lo spirito dei Sustainable Development Goals delle Nazioni Unite e dell’Accordo di Parigi sul clima.

Purtroppo, nonostante alcuni progressi, gli impegni al rispetto dei diritti terrieri delle popolazioni si sono rivelati in genere vuote promesse.  E la realtà corrente insegna che le risorse forestali, idriche, di pascolo e minerarie continuano ad essere oggetto di progetti di investimento e sviluppo implicanti lo spostamento altrove delle comunità locali.

Il numero crescente di persone uccise perché difendevano la loro terra testimonia l’indicibile violenza su quanti si vedono negata ogni partecipazione in decisioni coinvolgenti le loro terre e le loro vite.

In particolare le donne risentono della violazione di questi diritti in termini di ostacolo al conseguimento di un ruolo socialmente paritario con l’uomo. Non è un caso che in Tanzania le donne con diritti sicuri sulla propria terra vantano introiti economici tre volte superiori rispetto a quelle senza; e che in India la certezza del diritto sulla terra ha mostrato una positiva correlazione con la forte riduzione dei casi di violenza domestica.

Fatti certi:

  • In Africa mancano documenti sicuri di proprietà per il 90% dei terreni rurali; di conseguenza le comunità locali sono estremamente vulnerabili alla sottrazione/accaparramento di terre.
  • Sicuri diritti terrieri sono un diritto umano, specialmente per le popolazioni indigene alle quali la legislazione internazionale riconosce il diritto di accesso e controllo sulla propria terra abituale.
  • Sicuri diritti terrieri sono un ‘sine qua non’ per lo sviluppo. Essi consentono l’aumento del reddito e un ventaglio di benefici sociali estesi oltre i confini delle singole comunità. I Paesi tesi all’implementazione dei diritti terrieri hanno positivi ritorni in termini di riduzione della fame e maggiore e più equa crescita economica.
  • L’eguaglianza di genere nella proprietà terriera darebbe maggior potere e influenza alle donne circa i modi, gli esiti e le pratiche di coltivazione. Secondo la FAO una maggiore gestione della terra da parte delle donne si tradurrebbe in maggiori raccolti (circa il 20-30% in più) con riduzione potenziale del 10-20% delle persone denutrite su scala mondiale.
  • Le foreste gestite dalle comunità indigene e locali immagazzinano 37.7 miliardi di tonnellate di carbone – più delle emissioni mondiali 2013 di CO2 da combustione di carburanti fossili e processi industriali.
  • Secondo il Programma per l’Ambiente delle Nazioni Unite (UNEP) la pastorizia è ‘one of the most sustainable food systems on the planet […] between two and 10 times more productive per unit of land than the capital-intensive alternatives that have been put forward’.
  • Sicuri diritti terrieri delle comunità locali e indigene sono in grado di prevenire l’estinzione di più di quattromila idiomi.

Raccomandazioni per l’azione

Il report in oggetto conclude con una serie di raccomandazioni, fra le quali:

  • La richiesta ai governi di implementare la UN Declaration on the Rights of Indigenous Peoples, la ILO Convention No. 169, la UN Declaration on Human Rights Defenders, e le UN Voluntary Guidelines on the Responsible Governance of Tenure of Land, Fisheries and Forests. Inoltre, di dichiarare tolleranza zero su ogni accaparramento/sequestro di terre e di includere la protezione dei diritti (soprattutto per popolazioni dipendenti dalle foreste, produttori agricoli di piccola-media scala, pescatori e pastori) quale pilastro per le strategie di sviluppo nazionale comprese quelle correlate al clima, all’agricoltura, alla tutela ambientale, alle fonti energetiche, al turismo, alla crescita economica e al commercio.
  • La richiesta ai Parlamenti di migliorare o introdurre specifiche legislazioni e di allocare adeguati budgets per garantire il diritto alla terra delle comunità indigene e locali.
  • La richiesta alle corporazioni e istituzioni finanziarie internazionali di sviluppare e implementare politiche (e meccanismi di reclamo)per evitare, ridurre, mitigare e sanare ogni impatto diretto e indiretto sulle terre e risorse naturali delle comunità locali e indigene.
  • La richiesta all’UN High Level Political Forum di adottare almeno un indicatore per la misura dei progressi di settore nel contesto dell’Agenda 2030, e di impegnarsi a sostenere i diritti delle comunità locali e indigene nell’ambito dei Sustainable Development Goals.
  • L’invito alle comunità locali e indigene a rafforzare le loro istituzioni e capacità, a sostenere la partecipazione egualitaria delle donne nella difesa della terra e delle risorse, e ad attivare alleanze per contrastare efficacemente le minacce.

 

PER APPROFONDIRE 

Common Ground: Securing Land Rights and Safeguarding the Earth https://www.oxfam.org/sites/www.oxfam.org/files/file_attachments/bp-common-ground-land-rights-020316-en_0.pdf 

The International Land Coalition (ILC) www.landcoalition.org

Oxfam www.oxfam.org

The Rights and Resources Initiative (RRI) www.rightsandresources.org

United Nations: Sustainable Development Goals http://www.un.org/sustainabledevelopment/sustainable-development-goals/

Paris Climate Agreement http://unfccc.int/paris_agreement/items/9485.php

Land grabbing https://www.oxfamamerica.org/take-action/campaign/food-farming-and-hunger/land-grabs/